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Sono solo un piccione

  • Immagine del redattore: Beatrice Cossu
    Beatrice Cossu
  • 23 ott 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Eravamo i migliori amici dell'uomo, ma un giorno l'uomo ci abbandonò a noi stessi.



Ci chiamano piccioni, o colombi di città, ma il nome ufficiale sarebbe Columba livia domestica, o perlomeno discendiamo da quella famiglia. Io sono nato due anni fa in una città che si chiama Firenze, dove vivo con la mia numerosa famiglia.

La storia della mia specie è molto lunga e non abbastanza conosciuta.


Mi è stato raccontato che abbiamo origini molto antiche, che risalgono addirittura a 10 mila anni fa, quando i popoli dell'antica Mesopotamia e dell’Egitto cominciarono ad addomesticare i nostri parenti selvatici (Columba Livia) e allevarli. Per molto tempo, purtroppo, ci allevarono principalmente per la produzione di carne, dentro a delle strutture chiamate colombaie.


Un giorno, mentre il nostro numero cresceva e si diffondeva in Medio Oriente, in Africa settentrionale e in Europa occidentale, gli esseri umani si resero conto di poterci sfruttare non soltanto per la carne, ma anche per la straordinaria capacità di orientamento nello spazio per centinaia di chilometri.

Per questo alcuni gruppi di noi divennero i famosi piccioni viaggiatori, utilizzati per trasmettere messaggi su carta legata alle zampe o alla coda, lavoro che ci fece diventare eroi durante le Guerre Mondiali.


La nostra popolarità aumentò così tanto da diventare anche animali da compagnia per le famiglie nobili di Francia, Spagna e Italia, che ci allevavano per hobby ma anche come carne pregiata da servire alle tavole dei ricchi. Ci rinchiusero in delle altissime torri chiamate colombaie ad alto volo e selezionarono gli esemplari migliori, che oggi vengono chiamati Colombi torraioli.


A quanto pare, durante la rivoluzione francese i più radicali (montagnardi) decisero di distruggere tutto ciò che era simbolo di nobiltà, compresi noi che poco centravamo.


I colombai furono distrutti (qualcuno scappò, gli altri vi lascio immaginare) e l'allevamento venne ristretto per legge.

L'ultima a continuare questa "tradizione" fu proprio la Toscana, che fino alla metà del 1800 tenne in piedi le colombaie, fino a che scomparirono quasi del tutto, e per nostra fortuna fummo sostituiti con i polli.




La storia di come siamo arrivati a vivere in città è ancora più strana. Scommetto che non l'avrete mai sentito, ma noi piccioni possiamo essere considerati dei randagi, o meglio animali domestici inselvatichiti.

Infatti, le popolazioni di piccioni che abitano le città hanno avuto origine da esemplari fuggiti o abbandonati dalle colombaie, ex piccioni viaggiatori, esemplari scappati al tiro a volo (sarebbe il tiro al piattello, che veniva fatto con bersagli vivi fino al divieto del 1992 in Italia). Oltre a questo, si è aggiunta la stupida moda di liberare i colombi durante matrimoni, funerali e feste, e non sempre questi riescono a tornare dal proprietario anche se addestrati.


La città si è trasformata nella nostra colombaia, una casa a cielo aperto dove trovare cibo e protezione. Torri, grattacieli ed edifici sono perfetti sostituti delle scogliere dove i nostri parenti selvatici vivono, i davanzali delle case e i cavi elettrici sono ottimi trespoli, le nicchie dei palazzi proteggono i nostri nidi.

La città ci fornisce anche una fonte infinita di cibo, anche se non salutare. In natura saremmo granivori, mangeremmo semi, frutta secca, qualche insetto quando capita. In città, invece, siamo onnivori: mangiamo i semi nei parchi e dalle mangiatoie comunali, ma preferiamo gli avanzi dei turisti, come pane e schiacciate, dato che è vietato darci da mangiare.



Perché siamo così odiati?


I piccioni di città sono considerati dagli umani la specie di uccelli più problematica e fastidiosa, nonostante come appena raccontato siamo stati abbandonati a noi stessi proprio da loro. I motivi sono vari: sporchiamo le città, i monumenti, le auto, a volte anche le persone con il nostro guano, danneggiamo i raccolti delle campagne vicino alle città, invadiamo le piazze al pari dei turisti a Firenze, ma soprattutto, a quanto pare, siamo un rischio sanitario per umani e animali domestici perché trasmettiamo malattie pericolose.


Questa fama ci ha fatto conquistare il nome di “ratti con le ali”, ma noi sappiamo quanto i ratti siano in gamba e non ci offendiamo.

Per questi motivi, gli umani si sono inventati leggi e piani di contenimento di questa "specie problematica": hanno vietato alle persone di darci da mangiare, hanno installato dissuasori di ogni tipo che ci impediscono di sederci a riposare sugli edifici, hanno inventato addirittura mangimi anticoncezionali!


Ora, noi capiamo bene che la convivenza in città possa essere complicata, e che effettivamente sporchiamo, ma cosa dovremmo fare? Non usiamo i gabinetti (dovremmo andarci centinaia di volte al giorno e sarebbe troppo complicato) e questa è casa nostra quanto vostra!


Vorrei contestare un punto in particolare: la convinzione che i piccioni portino malattie. È vero che il nostro guano può contenere organismi patogeni? Si.

Il punto è che ogni animale può essere portatore di patologie, ma su di noi c'è un particolare allarmismo. Veniamo perseguitati e eliminati perché portatori di salmonella e tanto altro, ma gli scienziati sanno benissimo che il contagio avviene soltanto se l'uomo mangia cibo contaminato, rischio facilmente evitabile se si prendono le normali precauzioni igieniche. La verità è che a noi non ci pensa quasi nessuno, se ci succede qualcosa o se siamo ammalati il primo pensiero è guardare altrove o eliminarci. La violenza è all'ordine del giorno: veniamo maltrattati, perseguitati, torturati per divertimento (e ora a Firenze abbiamo pure un serial killer).


Potremo non essere belli e colorati come i pappagalli, o maestosi come i falchi e le aquile, ma siamo intelligenti, tenaci, leali, e ci ricordiamo il viso delle persone che sono state gentili o cattive con noi. Impariamo velocemente simboli, riconosciamo le parole, abbiamo un orientamento e una vista spettacolare, e amiamo.


La nostra storia è travagliata, dolorosa ma anche piena di speranza e di ricerca della libertà, e ne siamo fieri.

La prossima volta che incontrerete un ratto con le ali potrei essere io. Siate gentili per favore, sono solo un piccione!






Fonti: Il Post, ecologica.it, Lipu, Informazione Ambiente, Focus

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