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Come mai alcuni animali ci affascinano e altri ci fanno ribrezzo?

  • Immagine del redattore: Rosa Sofia Rotiroti
    Rosa Sofia Rotiroti
  • 8 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

C'è qualcosa di affascinante nell’osservare un leone che cammina lento nella savana, la criniera al vento e lo sguardo fiero. Così come c’è qualcosa di profondamente disturbante nel vedere un ragno arrampicarsi sul muro della propria camera. Eppure, entrambi sono animali. Entrambi, in modi diversi, possono essere pericolosi. Perché allora uno ci appare nobile, l’altro repellente? La risposta a questa domanda non è né semplice né univoca. Affonda le radici in un intreccio profondo di fattori evolutivi, culturali, estetici e simbolici che hanno modellato, nel tempo, la nostra percezione degli animali e il nostro modo di raccontarli.


Dal punto di vista evolutivo, la nostra mente è programmata per reagire con prontezza a potenziali minacce. Ragni, serpenti, insetti: molti di questi esseri viventi, durante la nostra storia evolutiva, sono stati associati a rischi immediati — morsi velenosi, malattie, contaminazione. Non sorprende, quindi, che il nostro cervello sviluppi un senso istintivo di allarme o disgusto nei loro confronti, anche quando il pericolo reale è minimo o assente. È un meccanismo di sopravvivenza: meglio un falso allarme che una sottovalutazione fatale. I grandi predatori, invece — leoni, lupi, tigri — rappresentavano anch’essi un pericolo, ma erano minacce visibili, esterne, con le quali l’uomo primitivo si confrontava spesso a distanza. Non erano invasivi come un insetto nel cibo o un serpente tra le coperte: erano avversari da rispettare, più che da detestare.


A tutto questo si aggiunge una dimensione estetica. La mente umana tende ad associare la bellezza alla simmetria, alla fluidità dei movimenti, alla forza proporzionata. I grandi predatori incarnano molte di queste qualità: i loro corpi sono armoniosi, le loro movenze aggraziate e potenti. Al contrario, gli animali che ci risultano sgradevoli spesso rompono questi schemi: hanno corpi irregolari, zampe sottili o pelose, movimenti a scatto e imprevedibili. Ci appaiono “sbagliati”, inquietanti, a volte persino innaturali. E questa rottura dell’armonia ci disturba, attivando una forma di repulsione viscerale.


Ma il nostro sguardo sugli animali è anche, e forse soprattutto, culturale. La storia dell’uomo è piena di simboli e narrazioni che trasformano gli animali in metafore viventi. I predatori sono spesso stati celebrati come incarnazioni di forza, fierezza, coraggio. Il leone è il re, l’aquila è l’occhio di Dio, il lupo è compagno fedele o spirito libero. Queste immagini sono passate dall’araldica alla mitologia, dalla religione alla letteratura. Gli animali fastidiosi, al contrario, sono stati associati all’impurità, alla malattia, al male. Il serpente che tenta Eva, il topo che porta la peste, lo scarafaggio che infesta. La cultura ha rinforzato e ampliato le paure innate, dando loro forma simbolica e narrativa.


Infine, c’è il ruolo della narrazione moderna: cinema, televisione, letteratura, videogiochi. I grandi predatori sono protagonisti di documentari mozzafiato e storie epiche. Sono rappresentati come creature nobili, complesse, talvolta anche umanizzate. I cosiddetti “animali brutti”, invece, sono spesso relegati al ruolo di minaccia, mostro, contaminazione. Pensiamo a quanti film horror sfruttano la figura del ragno, dello sciame d’insetti, del topo nel buio. La nostra immaginazione viene continuamente alimentata da queste immagini, rafforzando gli archetipi che ci portiamo dentro da millenni.


Così, mentre ci commuoviamo davanti a un branco di lupi che ulula alla luna, reagiamo con disgusto alla vista di uno scarafaggio sul pavimento. In entrambi i casi, la risposta non è razionale: è frutto di una lunga sedimentazione di istinti, emozioni e racconti.

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